Intervista al caro amico, nonché autore della mia casa editrice, Teofilo Ruffa, autore, di recente, del libro “Giugno 1946. La nascita della Repubblica…”.
Teofilo Ruffa, perché hai scelto di raccontare proprio il giugno del 1946 e perché, secondo te, quelle poche settimane meritano ancora oggi di essere studiate cosi attentamente?
Perché in quel giugno, ad appena un anno dalla Liberazione, l’Italia si trovò sull’orlo di una nuova guerra civile, uno scontro armato tra monarchici da un lato e fautori della repubblica dall’altro. Mi è parso di una qualche utilità, a ottanta anni di distanza, ripercorrere lo svolgimento di quelle giornate e… nottate; ricostruire come si arrivò a scelte non semplici, in un’Italia sconfitta, distrutta, affamata e lacerata, controllata da una Commissione militare voluta e guidata dai vincitori della Seconda guerra mondiale.
Non essendo uno storico, ho cercato di farlo con una narrazione da cronista, partendo da documenti non inediti, ma sconosciuti al grande pubblico: i verbali delle riunioni del Consiglio dei ministri, i Rapporti del Nunzio Apostolico in Italia alla Segreteria di Stato.
Per il modello narrativo, mi sono ispirato a una fortunata e seguitissima trasmissione radiofonica degli anni sessanta/settanta del secolo scorso: “Tutto il calcio minuto per minuto”: seguiva lo svolgersi delle partite di seria A con collegamenti in diretta da tutti gli stadi che garantivano un racconto immediato, in tempo reale, dello svolgersi degli eventi e suscitavano una straordinaria partecipazione emotiva da parte degli ascoltatori. Non per caso come sottotitolo della pubblicazione ti ho proposto “giorno per giorno, ora per ora”.
Invoco il perdono di Sandro Ciotti, Enrico Ameri e dei loro colleghi.
Nel libro emerge una vera e propria corsa contro il tempo: De Gasperi va ripetutamente al Quirinale, il Consiglio dei ministri si riunisce più volte, il Re consulta giuristi e consiglieri. Quanto fu vicina una nuova crisi istituzionale?
La corsa contro il tempo era data da una necessità oggettiva: non lasciare troppo a lungo il Paese in attesa dell’esito di una consultazione popolare così importante che aveva visto un’affluenza alle urne del novanta per cento (89,98) delle italiane, che votavano per la prima volta, e degli italiani.
Era data dalla legge, approvata dal Governo De Gasperi, promulgata da Umberto II quando era Luogotenente del Regno, non ancora Re, legge che, proprio per ridurre i tempi di attesa, stabiliva che la Cassazione prima dovesse proclamare i risultati e dopo esaminare contestazioni e ricorsi. Nasce da questa scelta la ‘proclamazione provvisoria’.
Il dato che colpisce è che la ‘proclamazione provvisoria’ colse tutti di sorpresa e impreparati: il Governo, che l’aveva voluta nella legge; il Re, che quella legge aveva promulgato. La crisi istituzionale vi fu, anche se, grazie a De Gasperi e a Umberto II, alla fine, non produsse effetti disastrosi.
Lo scontro/confronto tra De Gasperi e Umberto II è uno dei fili conduttori del libro. Come descrivi i due protagonisti in quei giorni?
De Gasperi, determinato e forte. Umberto, incerto e titubante.
De Gasperi, uomo determinato di suo, era forte del sostegno degli Alleati, in particolare degli Stati Uniti. Era forte all’interno del suo partito, la Democrazia Cristiana, dove aveva sconfitto ed emarginato l’area che faceva riferimento a Dossetti, che prese atto della sconfitta, dimettendosi dalla Direzione del partito e accusando De Gasperi, in una lettera datata 28 febbraio 1946, di aver fatto tutto da solo. “Io, scriveva Dossetti, come del resto altri membri formalmente più qualificati della Direzione, siamo stati costantemente estromessi da tutte le decisioni di maggior rilievo, di ogni possibilità di influsso sulla politica del Partito, siamo stati soprattutto impediti di fare almeno in qualche occasione prevalere sul metodo della manovra governativa e del patteggiamento di gabinetto, il metodo dell’azione organica del partito”. De Gasperi era forte anche per il sostegno di Pio XII e della Segreteria di Stato, retta da Mons. Montini, il futuro Papa Paolo VI.
Umberto II fu incerto e titubante. Non era tagliato per fare il mestiere di Re: non era stato educato a regnare. Il padre, Vittorio Emanuele III, lo aveva sempre escluso dagli Affari di Stato, gli aveva sempre imposto la propria volontà anche quando, dopo l’8 settembre 1943, lo obbligò a seguirlo nella fuga verso Sud. Diventato Luogotenente e poi Re (si può parlare di “grazia di stato”? si dimostrò accorto e abile politicamente: adottò una linea di apertura e collaborazione con le forze antifasciste, nominò un nuovo Ministro della Real Casa, il calabrese con simpatie socialiste, Falcone Lucifero. All’esito del referendum, già il 5 giugno, era pronto a lasciare l’Italia, e due giorni dopo, il 7 giugno, andò dal Papa in visita di commiato. Dopo l’ordinanza della Cassazione del 10 giugno, risultati provvisori, si irrigidì. Ma dopo la decisione del Governo del 13 giugno di affidare a De Gasperi anche le funzioni di Capo dello Stato, operò una scelta di saggezza: non diede ascolto ai suoi Consiglieri che gli proponevano lo scontro, anche armato, con il Governo, e si avviò verso l’esilio.
Il 10 giugno la Cassazione proclama i risultati provvisori; il 18 giugno arrivano quelli definitivi. Perché questa distinzione è fondamentale per comprendere ciò che accadde tra Governo e Corona?
E’ fondamentale perché la proclamazione provvisoria innescò un corto circuito e rappresenta un caso classico di eterogenesi dei fini, cioè quella situazione che si verifica quando una scelta produce esiti diversi/opposti a quelli che si volevano ottenere.
La proclamazione provvisoria, è bene ripeterlo, era stata prevista dalla legge allo scopo di ridurre il più possibile i tempi di attesa per l’esito del referendum: non aveva conseguenze giuridiche, doveva solo assolvere a una funzione informativa certificata. Gli effetti giuridici, conferma della monarchia o avvento della repubblica, erano riservati alla proclamazione definitiva che si poteva avere solo al termine dei 15 giorni concessi dalla legge alla Corte di Cassazione per l’esame dei ricorsi e delle contestazioni.
L’intenzione dei legislatori era lodevole, ma alla prova dei fatti, si rivelò portatrice di guai: pensata come misura di buon senso si rivelò elemento scatenante dello scontro Governo/Corona e delle tensioni all’interno del Governo.
Dopo aver esaminato documenti, testimonianze e interpretazioni diverse, qual è la tua conclusione sulla cosiddetta “leggenda dei brogli”?
Che si tratta, appunto, di una leggenda. Sulla questione, nel mio lavoro riporto solo studi, ricerche e considerazioni di esponenti monarchici dichiarati: Luigi Barzini jr, amico personale di Umberto II, tanto amico che il Re trascorse a casa Barzini l’ultima serata italiana; lo storico Aldo A. Mola, che alla vicenda del referendum ha dedicato un ponderoso volume con prefazione di Sua Altezza Reale, Principessa Maria Gabriella di Savoia; Edgardo Sogno, Consigliere della Corona; Enzo Selvaggi, Consigliere della Corona e Segretario della formazione monarchica Partito Democratico Italiano; Giuseppe Pagano, Presidente di quella Corte di Cassazione che proclamò i risultati del referendum. Tutti negano che ci siano stati dei brogli.
Nel libro compaiono moltissime testimonianze e documenti, alcuni dei quali consentono di ricostruire perfino gli orari degli incontri. C’é stato un documento che durante la ricerca ti ha particolarmente sorpreso?
Uno su tutti: il verbale della riunione del Consiglio dei ministri della notte tra il 12 e il 13 giugno, quando il Consiglio conferì a De Gasperi anche i poteri di Capo provvisorio dello Stato. Quel verbale riporta l’intervento di De Gasperi e la sua convinzione che si dovesse attendere ancora prima di operare quella scelta. De Gasperi, mia sintesi estrema, sostenne: il Governo ha in mano tutte le leve del comando, eccetto la promulgazione delle leggi… Abbiamo il dominio della situazione che ci permette di poter dire una parola agli organi dello Stato e di rivolgere un appello alla pacificazione… La provvisorietà della proclamazione dei risultati può consentire obiezioni sulla legalità dell’attribuzione dei poteri di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio. E ciò potrebbe avvenire anche in campo internazionale… Si può spiegare che la monarchia è fuorilegge, ma non si può dimostrare l’esistenza della repubblica. Dopo aver fatto tanto lavoro per arrivare a questo risultato, “l’assumere i poteri di Capo dello Stato può essere considerato un gesto poco ponderato”. Riflettiamo bene, rinviamo ogni decisione di qualche giorno: non c’è solo una questione giuridica, ma anche un problema politico.
Un De Gasperi lucidissimo: convinto della forza del suo Governo, ma attento anche alla situazione del Re, alla posizione degli Alleati, determinato a non esasperare una situazione di tensione già alta.
Ma non riuscì a convincere i suoi ministri e il Consiglio deliberò di attribuirgli anche i poteri (in realtà la legge usava il termine funzioni) di Capo provvisorio dello Stato, pur in assenza della proclamazione definitiva dei risultati del referendum.
Perchè un lettore del 2026 dovrebbe leggere oggi un libro dedicato al Giugno del 1946?
Potrei risponderti con una battuta: per constatare di che tempra erano fatti i protagonisti politici e istituzionali di quell’epoca. In verità, sono convinto che, al di là della retorica degli anniversari, quel periodo della nostra storia sia oggi poco conosciuto, soprattutto dai più giovani, e c’è ancora chi vaneggia sui brogli di Romita, sulle tresche di Togliatti. Non mi illudo che il mio lavoro riesca a colmare questa lacuna; lo considero solo un contributo, uno stimolo ad approfondire.
Se potessi incontrare uno solo dei protagonisti di quelle giornate – De Gasperi, Umberto II, Romita, Nenni, Togliatti, o uno dei magistrati della Cassazione – quale sceglieresti e quale domanda gli rivolgeresti.
Considerata la mia militanza nelle file del Partito Comunista, Italiano, forse ti aspetti una risposta secca: Togliatti. E invece no. Sceglierei Umberto II. E gli chiederei perché, dopo l’8 settembre 1943, pur non essendo convinto della scelta, subì, senza resistere, la volontà del genitore accettando di seguirlo nella fuga verso Pescara e Brindisi. Che Umberto avrebbe preferito rimanere nella Capitale, è confermato da numerose testimonianze, compresa quella del suo Aiutante di campo di quel periodo, il Generale Giovanni Gamerra. Avrebbe voluto, ma non riuscì ad imporsi, restare a Roma per difendere sia la città che l’onore di Casa Savoia.
Gli chiederei anche, cedendo al pettegolezzo, del suo rapporto con Milly, cantante e donna fatale negli anni da lui trascorsi a Torino; la stampa dell’epoca la indicava come sua amante.
Dopo aver studiato così a fondo quelle giornate, c’è un protagonista che hai rivalutato rispetto all’immagine che ne avevi prima di iniziare la ricerca?
Giuseppe Romita, scoppiettante e un po’ manesco Ministro dell’interno. Lo avevo considerato un po’ una ‘macchietta’; invece, fu un abile e corretto uomo di governo.
E c’è invece un episodio del giugno 1946 che ancora oggi continua a lasciarti con qualche interrogativo?
Sì. Mi piacerebbe sapere chi, nel tardo pomeriggio del 9 giugno ispirò la telefonata di Francesco Cosentino, Segretario Generale della Camera, al Presidente della Cassazione, Pagano, con la quale informava che il Re aveva deciso di partire verso l’esilio alle ore 15,00 del giorno seguente e che, pertanto, bisognava, quasi un ordine, anticipare al mattino l’adunanza della Corte, quella dei risultati provvisori, prevista per le ore 18.00.
Veniamo a Drapia e frazioni. Come andarono le votazioni?
Mi inviti a nozze. Sai bene che quando si tratta di Drapia mi lascio andare e mi abbandono a un profluvio di parole: cercherò di contenermi. Partiamo delle votazioni.
In quel giugno gli aventi diritto al voto nel Comune di Drapia erano 2085 (fonte: Archivio elettorale Ministero dell’Interno). Se consideriamo che all’epoca si poteva votare al ventunesimo anno di età, possiamo tranquillamente sostenere che nel giugno 1946 solo gli ultraventenni del Comune erano più di tutti i residenti attuali, che al maggio scorso risultavano essere 2022. Ma bando ai raffronti, vengo alla tua domanda.
Nel Comune di Drapia nel giugno 1946 gli aventi diritto al voto, erano 2085.
Referendum, votanti 1808, 86,71 per cento degli aventi diritto.
Monarchia, 1442 voti, 85, 27 per cento; Repubblica 249 voti, pari al 14,73 per cento.
Costituente, votanti 1808, 86,71 per cento degli aventi diritto.
Primo partito fu la DC con 1.166 voti, 70, 71 per cento; seguita da L’uomo Qualunque con 244 voti, 14,80 per cento. Netta sconfitta dei partiti di sinistra: Il Partito socialista conquistò 59 voti, 3,58 per cento; il Partito Comunista 23 voti, 1,39 per cento.
Il resto dei voti andò agli altri otto partiti o movimenti che avevano presentato lista.
Qualche aneddoto…
In quel giugno io avevo cinque anni, non ho molti ricordi. Ma mi è rimasta impressa una vicenda che coinvolgeva mia nonna materna e un mio amico e compagno di giochi con il quale ancora adesso ci incontriamo ogni estate e, immancabilmente, rievochiamo, tra risate e rimpianti, la gara canora che lo oppose a mia nonna materna.
Questo mio amico, passando sotto la finestra di mia nonna, che abitava sul Corso ed era riconosciuta come democristiana convinta – il marito di una sua sorella, Pasquale Meligrana (panaru), era il segretario della locale sezione della D.C. – intonava il ritornello, che ricorda aveva appreso da suo padre, “se non è oggi, sarà domani, e tutti i prèviti ca’ zappa ‘e mani”.
Mia nonna, che si sentiva punta nell’orgoglio e, forse, anche beffeggiata, ribatteva canticchiando anche lei, “avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa ti ruppi l’ossa”.
Questo duello canoro andò avanti per giorni tra risate e sberleffi degli astanti. Ridevo anch’io sotto lo sguardo severo di mia nonna.
A Drapia in quel periodo c’era uno sparuto gruppo, tre/cinque persone, animato da Pasquale Mazzitelli, (cannaveu) che faceva riferimento al PCI. Ricordo un manifesto, di colore giallo paglierino, affisso sui muri della chiesa parrocchiale, fatto di solo testo, senza alcuna immagine, solo una grande “falce e martello” in alto a sinistra. Non sapevo ancora leggere, non avevo idea di che messaggio quel manifesto volesse trasmettere, e perché fosse stato affisso sui muri della chiesa. Il fatto che non ci fossero foto o figure mi incuriosiva. Quando andai a lavorare al Gruppo parlamentare comunista della Camera dei deputati, 1972, la curiosità non si era ancora sopìta: andai a vedere se di quel manifesto esisteva traccia presso l’archivio della Sezione Stampa e Propaganda della Direzione nazionale del partito: ne trovai copia.
Il titolo era: Il Partito Comunista non è ateo. Seguivano tre piccoli paragrafi di motivazione, scanditi uno per uno. Primo: perché non pone l’ateismo come condizione di iscrizione al partito; secondo: perché la maggioranza dei suoi iscritti è di fede cattolica e praticante; terzo: perché condanna ogni forma di intolleranza religiosa e anticlericale.
Buona sintesi, ma ancora mi domando: che efficacia poteva avere un manifesto tutto testo in una realtà come come quella della Drapia del 1946, dove l’analfabetismo non era un dato minoritario?
Che aria si respirava a Drapia in quel periodo?
Nel 1946, 11 marzo, a Drapia e frazioni si votò per eleggere il Consiglio Comunale, venti componenti. All’epoca non si presentavano liste comunali: ogni frazione eleggeva i propri rappresentanti. Ma in quella elezione, e solo in quella, Drapia e Gasponi vennero accorpate. Il sistema che ogni frazione eleggesse i propri rappresentanti, senza liste comunali, è stato in vigore fino alla legge che ha introdotto l’elezione diretta dei Sindaci.
L’11 maggio, il Consiglio comunale (7 consiglieri Brattirò. 7 Drapia/Gasponi, 6 Caria), elesse il primo sindaco di Drapia dell’Italia liberata: Francesco Vita, di Caria, che era stato negli anni precedenti Vicepresidente del Comitato “Libera Italia”, una organizzazione antifascista, fondata e presieduta da Giuseppe Saccomanno, ufficiale postale di Brattirò che anche lui ambiva alla carica ma, non avendola ottenuta, non partecipò alla votazione. Vita fu eletto da una maggioranza formata dai consiglieri di Caria e di Drapia/Gasponi.
Ma io quegli eventi non li ho vissuti. Ricordo solo che, in una bella giornata di primavera, i ragazzi più grandi, quelli che andavano già a scuola, erano radunati assieme alla maestra sulla piazzetta del Municipio e che io e altri miei compagnucci che ancora a scuola non andavamo, ci accodammo e a un certo punto ci unimmo a un applauso senza capire, almeno io, il perché.
Anni dopo, uno dei consiglieri comunali di Drapia eletto in quelle elezioni, Amedeo Belvedere, “mastr’amedeu”, mi chiarì che Drapia festeggiava l’elezione a consigliere comunale di 5 drapioti sui sette spettanti alla circoscrizione Drapia/Gasponi, e, soprattutto, festeggiava di essersi liberata della presenza, durata più di un decennio, del Podestà, il farmacista drapioto, Teofilo Ruffa, accusato dagli antifascisti di angherie nei confronti delle frazioni, di favoritismi, di prepotenze, e di nefandezze varie.
E’ da notare che il farmacista era riuscito (potenza delle alte protezioni romane che gli assicurava uno zio, Generale dell’esercito), anche a regime fascista caduto, a farsi nominare Commissario del Comune di Drapia dopo averlo governato, e per dieci anni, come Podestà. Questa situazione suscitò le ire del Comitato “Libera Italia” che si rivolse al Prefetto di Catanzaro per invocare la sostituzione del farmacista “rampollo del passato regime di nefasta memoria, le cui angherie spudoratamente fasciste non sono più tollerabili”.
Ma degli eventi di quel periodo, per ragioni anagrafiche, non ho memoria diretta.
Conservo il ricordo del racconto di due miei prozii di parte materna, il già citato Pasquale Meligrana (panaru) Consigliere Comunale e Matteo Pungitore (pettinatu) che nel marzo del 1950 venne eletto Sindaco.
Chi volesse saperne di più, fin nel dettaglio, non può prescindere dalla mirabile, e documentatissima, ricostruzione che di quel periodo offre tuo padre in “Brattirò e la sua storia”, uno straordinario, bellissimo volume da te edito una quindicina di anni fa, quando la tua casa editrice si chiamava “Thoth editore”.
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MarioVallone



