Ho intervistato il prof Antonio Mungo, persona estremamente colta e altgarbata: uno dei miei autori più prolifici nonché caro amico.
Abbiamo parlato anzitutto del suo ultimo libro “…tanti anni di solitudine” – recentemente pubblicato da me col marchio Mario Vallone Editore – e poi di tante altre cose.
- Antonio, partiamo dal titolo del suo ultimo libro “…tanti anni di solitudine”: potrebbe far pensare immediatamente a un libro triste. Lei invece scrive che la solitudine non è necessariamente un vuoto, ma può diventare uno “spazio” interiore. Cosa rappresenta realmente, per lei, la solitudine?
Ha ragione, il titolo può ingannare. E l’ho voluto così, un po’ provocatorio. Vede, io ho insegnato latino e greco per 43 anni. Ho trascorso quasi tutta la vita in mezzo ai ragazzi, al rumore delle classi, tra versioni e interrogazioni. La solitudine non l’ho cercata, mi è venuta incontro dopo. Quando la cattedra si è svuotata, quando la casa è rimasta silenziosa, all’inizio la senti come un vuoto, è vero. Un’assenza. Poi capisci che non è assenza, è presenza. È spazio. Gli amanti dei classici lo sanno. Orazio aveva il suo otium, non era il non far nulla, era il tempo fecondo per studiare se stesso. I monaci del deserto cercavano la solitudine non per fuggire il mondo, ma per ascoltarlo meglio. Per me oggi la solitudine è questo: una stanza interiore che finalmente ho il tempo di mettere in ordine. Entri, chiudi la porta, e ritrovi tutti quelli che hai amato, tuo padre, i tuoi alunni, i versi che hai letto da ragazzo. Non sei solo, sei in compagnia di te stesso. E creda, è la compagnia più difficile, ma anche la più sincera, che ci sia. Non è tristezza. È ascolto.
- Quando ha capito che quelle poesie potevano diventare un libro? Nella premessa racconta di aver esitato a lungo prima di pubblicarle. Che cosa l’ha frenata?
Le ho tenute nel cassetto per molto tempo. Vede, una cosa è scrivere per sé, un’altra è dare alle stampe. Quando scrivi per te, puoi permetterti di essere debole, di piangere, di dire che hai paura di invecchiare. Quando pubblichi, quella debolezza diventa pubblica. E io, da insegnante, ero abituato a essere quello forte, quello che corregge, che emette giudizi. Cosa mi ha frenato? Il pudore. Noi meridionali, della mia generazione, non siamo stati educati a parlare di noi. E poi il timore di disturbare. Mi dicevo: a chi interessa il mio dolore, che valenza hanno i miei ricordi, le mie notti insonni? Il mondo è pieno di poesie. Poi è successo che un mio ex alunno, che ora insegna nei Licei, ha letto alcune di queste carte a casa mia. Mi ha detto: “Professore, queste non sono solo sue. Io ci ritrovo mio nonno, la mia vita, la mia solitudine”. Allora ho capito. Che forse la poesia, quando è sincera, smette di essere privata e diventa di tutti. Non ho deciso di fare un libro. Ho deciso di non tenere più chiusa quella porta.
- Definisce la poesia anche una forma di memoria. Quanto è stato importante scrivere per conservare persone, luoghi, emozioni e momenti che il tempo avrebbe inevitabilmente cancellato?
La poesia è memoria, sì, ma non è l’archivio. L’archivio conserva, la poesia resuscita. Vede, io ho perso mio padre che ero giovane. Se mi affido solo alla memoria della mente, cosa mi resta? Una fotografia sbiadita, una data. La memoria biologica cancella, è crudele. Sceglie cosa tenere e butta il resto. Quando scrivo un verso su di lui, io non sto conservando. Lo sto richiamando. Lo sto facendo tornare nella casa di via Orologio a Lattarico. I greci lo sapevano bene. Mnemosyne è madre delle Muse. Senza memoria non c’è poesia, non c’è canto, non c’è nulla. Ma non è una memoria notarile. È una memoria affettiva. Per me scrivere è stato questo. Ho capito che i ragazzi del Telesio che ho avuto non sono più ragazzi, hanno i capelli bianchi. Che la mia casa non ha più le voci di prima. Se non scrivevo, tutto questo lo portava via il vento. Come polvere sulla strada. Scrivendo, li ho fermati. Non per sempre, perché nulla è per sempre. Ma per il tempo di un verso. E in quel tempo, chi legge: un suo vicino di Brattirò, di Santa Domenica di Ricadi, un mio ex alunno, può dire: “Questo luogo l’ho visto anch’io. Questa emozione l’ho provata anch’io”. Allora quella persona, quel luogo, non è più solo mio. È nostro. E il tempo fa più fatica a cancellarlo.
- Il libro è attraversato da una forte componente autobiografica. Quanto è difficile trasformare esperienze intime e dolorose in qualcosa da condividere con i lettori?
È la cosa più difficile. Perché, finché il dolore resta dentro di te, è tuo. Lo governi tu. Puoi tenerlo nel cassetto, puoi aprirlo e chiuderlo quando vuoi. È una ferita chiusa. Quando lo metti in un verso e lo dai agli altri, quella ferita si riapre. Diventa di tutti. E tutti possono giudicarla, toccarla, anche fraintenderla. Io ho scritto di mio padre che se n’è andato troppo presto. Per cinquant’anni è stato un dolore privato, una cosa mia! Metterlo in un libro, ha significato dire: guardate, questo professore di latino e greco che sembrava così forte, ha ancora bisogno di parlare di piccole ma pur grandi cose. Si prova vergogna, all’inizio. Noi del Sud, della mia generazione, non siamo stati abituati a raccontarci. Poi ho capito: il dolore intimo, se lo dici con sincerità, senza compiacimento, smette di essere solo tuo. Io ho scritto della mia infanzia strozzata a Lattarico. E un tale un giorno mi ha scritto: “Professore, è anche la mia infanzia”. E allora non è più esibizione! Trasformare il dolore in parola condivisa fa male, sì. Ma è l’unico modo che ho trovato perché quel dolore non sia stato inutile.
- Ci sono poesie particolarmente intense dedicate alla perdita e al vuoto. Scrivere di un dolore serve a superarlo oppure, al contrario, significa continuare a mantenerlo vivo?
Una domanda simile me la sono fatta per molti anni, ogni volta che prendevo la penna. La risposta che ho dato nel libro, e che do a me stesso ora è: entrambe le cose. Ed è giusto così. All’inizio credevo che scrivere servisse a superare. Come quando dicevo ai ragazzi: “Ragazzi, mettete il dolore in una vostra composizione, così lo esorcizzate”. Ci credevo davvero. Poi la vita ti riserva bocconi amari. Tanti! E io ho scritto. Ho scritto per anni. E il dolore non passava. Anzi, ogni poesia me lo rimetteva davanti, vivo, fresco, come il primo giorno. Allora mi sono detto: sto sbagliando tutto, sto solo tenendo aperta la ferita. Come chi si toglie sempre la crosta. Ho capito solo alla fine, che la domanda è sbagliata. Scrivere non serve a superare il dolore. E non serve nemmeno a mantenerlo vivo. Scrivere serve a cambiare posto al dolore. Finché non scrivi, il dolore sta dentro di te, nel petto, ti occupa tutto. Sei tu dentro al dolore. Quando lo scrivi, sei tu che metti il dolore fuori, su un foglio. Lo guardi. Gli dai un nome, un verso, una rima. Non è più un padrone. Diventa un oggetto che puoi tenere in mano. Fa ancora male, ma non ti soffoca più. La perdita delle persone a me care, il vuoto di certe notti, il ricordo costante di Lia, non li ho superati. Sarebbe una bugia dirlo. Ma, oggi, quel vuoto non è più un buco nero dentro di me. È una pagina. La posso aprire, la posso chiudere. La posso far leggere a un altro, che magari ci piange sopra e mi dice: “Provo dolore, anche io”. Allora il dolore non è superato, ma non è più inutile. È diventato ponte. Non scriviamo per dimenticare. Scriviamo perché il dolore, se resta muto, ci uccide. Se trova una parola, ci accompagna.
- Nel libro ritorna continuamente il tema del padre. Che ruolo ha avuto la figura paterna nella sua formazione umana e nella sua sensibilità poetica?
Mio padre è stato tutto! E’ morto che io ero un ragazzo e non ho avuto il tempo di confrontarmi, come fanno i figli da grandi. L’ho avuto solo nel tempo dell’ammirazione totale, quella che si ha per il padre. Che ruolo ha avuto? Mi ha insegnato tre cose senza parlare, perché lui parlava poco. Primo, il lavoro. Si alzava prima del sole, per andare, col pullman, in ufficio. Rientrava sempre dopo le 15:00. Non si lamentava mai. E io ho portato questa idea a scuola: il latino, il greco, si studiano come fa una persona che lavora. Un segmento al giorno. Senza scorciatoie. Secondo, la dignità del silenzio. Quando stava zitto, il suo silenzio pesava. Non era vuoto, era pieno. Ho capito da grande che molte delle mie poesie nascono proprio da lì: dal tentativo di dare parola a quel silenzio. Terzo, l’assenza. Questo è il più importante per la poesia. Perdere un padre vuol dire che per tutta la vita cerchi padri. Li ho cercati nei libri: Sofocle è stato un padre, Orazio è stato un padre. Li ho cercati nei miei professori al liceo. E poi, forse senza volerlo, ho cercato di esserlo io, per anni al Telesio, per i miei alunni. Ogni volta che entravo in classe, in fondo, stavo ancora cercando di rispondere a quella domanda che non ho potuto fare a mio padre: “Sono stato bravo? Sei fiero di me?” Ecco, le mie poesie sono tutte lettere a un padre che non ha fatto in tempo a leggere la mia bella grafia.
- La cultura classica è molto presente nel libro. Quanto hanno influito il greco, il latino e la cultura dell’antichità sul suo modo di guardare la vita e di scrivere?
Sono tutto, lì dentro. Io non ho avuto due vite, una di professore e una di uomo. Ho avuto una sola vita in greco e in latino. Quando a 22 anni sono entrato al Telesio per la prima volta come supplente, pensavo di andare a insegnare una materia. Dopo 43 anni ho capito che quella materia mi ha insegnato a vivere. Le tre cose che i classici mi hanno lasciato, sono: La misura. Orazio mi ha insegnato l’aurea mediocritas. Non è mediocrità, come credono i giovani oggi. È misura. È stare al centro della tempesta senza farsi portare via. Quando mio padre è morto, quando la mia vita si è fatta dura, io non avevo uno psicologo. Avevo Seneca. E Seneca mi diceva: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili”. La poesia, per me, è misura del dolore. La parola che pesa. In greco e in latino una parola non è mai solo una parola. Logos vuol dire parola, ma vuol dire anche pensiero, ragione, senso. Noi oggi usiamo mille parole per non dire niente. I classici mi hanno insegnato a usarne dieci, ma che pesino come pietre. Se una parola è inutile, va tolta. Come si toglie l’erbaccia. L’idea che nulla muore davvero. Questa è la cosa più bella. Virgilio, quando racconta l’aldilà nel VI libro dell’Eneide, dice che le anime bevono al fiume Lete, per dimenticare, ma i poeti non bevono. I poeti ricordano. Io ho perso tante persone. Se guardo con gli occhi di oggi, sono morte e basta. Se guardo con gli occhi di un classicista, sono nel mio Elisio privato. Sono qui. Mio padre è qui, dietro le mie spalle, mentre gli parlo.
- Lei è stato docente di Greco e Latino. Nel libro compare anche la poesia “La cattedra vuota”, nella quale emerge un forte legame con i suoi alunni. Quanto della sua esperienza di insegnante è entrato nella scrittura?
Si comprende facilmente, leggendo le mie liriche e, questa in particolare, quale sia stato il mio rapporto con gli alunni: profondamente educativo, affettivo e insieme autorevole. Il rigore non appare come durezza o distanza, ma come una forma di responsabilità o persino di amore, amore severo: il docente sente di avere davanti a sé persone da accompagnare verso la maturità. Il punto più significativo è forse l’immagine iniziale: “ogni alunno è come un figlio da formare”. Il rapporto docente-allievo supera la semplice trasmissione del sapere. Questi viene accolto come una persona da conoscere, comprendere ed aiutare a crescere. C’è una straordinaria attenzione alla dimensione interiore dei ragazzi. Gli occhi sono come “un libro aperto”: il professore sa leggere il bisogno di certezze, la riservatezza, e soprattutto, la necessità di sentirsi amati. Ogni docente deve saper cogliere la fragilità, i timori e i desideri che sono nell’intimo del ragazzo ma per farlo ci vuole amore severo. Solo in tal modo potrà accompagnare il giovane e formarlo. Contemporaneamente, il docente avrà preparato una persona capace di affrontare i problemi quotidiani che la vita impone al cittadino. E poi quando la cattedra è ormai lontana un docente sa che il rapporto non termina con la fine della scuola: “ogni nome resta inciso sulla lavagna che è posta dentro al cuore”. Da questo verso traspare l’immagine di un professore severo ma non severo per autorità, lo è perché vuole formare, perché sente la responsabilità della crescita dei suoi ragazzi. E soprattutto, è importante sottolineare che chi insegna offre un punto di appoggio agli alunni ma quasi per magia questi riescono a formare anche chi dà loro insegnamento: lasciano nella sua memoria, infatti, una traccia che il tempo non riuscirà mai a cancellare.
- Nel libro il tempo è quasi un personaggio. Il tempo porta via persone, luoghi e ricordi, ma allo stesso tempo sembra restituire consapevolezza. Che rapporto ha oggi con il tempo che passa?
Il tempo è il vero protagonista del libro, ha ragione. Più di me. Per tutta la vita l’ho combattuto. Da giovane volevo che passasse in fretta, per diventare professore, per realizzarmi, per avere una cattedra. Da uomo maturo volevo fermarlo, perché la vita scorresse più piano, perché i miei affetti restassero. Ora, alla mia non più tenera età, ho fatto pace. Non lo combatto più. Lo ascolto. Il tempo fa due mestieri: d’estate miete: porta via. Mi ha portato via mio padre, mi ha portato via i miei compagni di scuola, mi ha portato via la Cosenza dei vicoli dove da ragazzo andavo a comprare i libri usati, che ora è tutta un’altra cosa. Porta via le persone, i luoghi, come dice lei. E questo fa male, è inutile negarlo. Ma d’inverno il contadino non miete, ara. Rivolta la terra. E il tempo fa lo stesso: mentre ti porta via le cose, ti restituisce il senso delle cose. A vent’anni avevo tutto e non capivo niente. Avevo mio padre, avevo la Sila davanti casa e mi sembrava solo freddo. Oggi ho perso quasi tutto e, per la prima volta, comincio a capire qualcosa. Il tempo mi ha portato via la fretta. E questa è la consapevolezza che dice lei. Quando si è giovani si corre perché si ha paura di non arrivare. Quando si è vecchi si cammina piano perché si è capito che non c’è nessun posto dove arrivare, se non qui. In questo momento.
- Se dovessi indicare una poesia del libro dalla quale partire per far conoscere Antonio Mungo ai lettori, quale sceglieresti e perché?
Le farei partire da “Dolci parole a te mai nato”. So che si aspetta che dica quella su mio padre, o quella sulla Grecia. Ma se vuole conoscere, davvero, Antonio Mungo, deve partire da lì. Le poesie su mio padre sono il cuore. Sono sangue. Le ho scritte con le mani che tremavano, a Lattarico, pensando alla sua assenza. Sono vere, ma sono chiuse. Sono una ferita. Le poesie sull’azzurrità della Grecia, su Itaca, su Napoli… sono l’amore. Sono gli occhi del professore di greco. Itaca non è mai stata per me un’isola della Grecia, è stata Cosenza. Ogni volta che tornavo a casa, dopo un viaggio, capivo Ulisse. Napoli è la città dove ho sognato da giovane di insegnare, prima del Telesio. Sono poesie di luce, ma sono sogni. “Dolci parole a te mai nato” invece è l’unica che tiene insieme tutto. È una poesia che ho scritto per un figlio che non ho avuto. Non un figlio di carne. Un figlio di parole. È l’unica poesia in cui non parlo né di mio padre morto, né dei miei alunni vivi, ma di un figlio che non è mai nato, a cui avrei voluto lasciare tutto quello che mio padre non ha fatto in tempo a lasciare a me. Inizia così: In quei versi c’è Lattarico, perché gli racconto la terra di suo nonno. C’è la Grecia, perché gli racconto. C’è il Telesio, perché gli dico che non deve vergognarsi se sbaglia un congiuntivo. C’è Napoli, con le sue tante meraviglie. Sono un uomo che ha avuto tanto amore dentro e non sempre ha avuto a chi darlo, e allora l’ha dato alla pagina. Parta da quella. Poi, se ha tempo, vada da mio padre. E alla fine, quando avrà capito il dolore, vada in Grecia con me. L’azzurrità la capirà meglio dopo.
- Dopo aver messo sulla carta tanti ricordi, dolori, amori e riflessioni, sente di essere cambiato rispetto all’uomo che ha iniziato a scrivere queste poesie?
Sì. Sono cambiato. Sono diventato più leggero. Ho cominciato a scrivere quando sentivo il bisogno di comunicare a qualcuno i tanti momenti tristi o dolci della mia vita. Invece di sentirmi appesantito dai ricordi sentivo dentro di me una gioia mai conosciuta, quindi è successo il contrario. Da quel pessimismo che mi opprimeva ho trovato un’altra dimensione: una sera, ho riletto tutto il mucchio di fogli che avevo scritto. Saranno state trecento o più poesie. Le ho lette tutte di fila, come fa un professore quando corregge i compiti. E alla fine mi sono detto: ma questo non è più solo dolore. Questo è diventato un libro. Questo è diventato un lavoro. Ho capito che non ero più l’uomo che aveva subito la vita, ero diventato l’uomo che la raccontava. Prima, quando ricordavo, mi veniva da piangere. Ora, quando ricordo, mi viene da scrivere. È diverso. Piangere ti svuota, scrivere ti riempie. Sono cambiato perché ho smesso di portare i miei morti sulle spalle. Li ho messi sulla pagina. Stanno lì, stanno buoni, non pesano più. Posso andarli a trovare quando voglio! Il professore di greco e latino che sono stato per 43 anni spiegava ai ragazzi che la catarsi di Aristotele non è una cosa per il teatro. È una cosa per la vita. Tu vivi una tragedia, poi la racconti, e raccontandola ti purifichi. Ecco, io mi sono purificato. Non sono più felice, perché alla mia età, la felicità è una parola grossa. Ma sono in pace. E’ già molto. E poi, avere scritto libri, mi ha fatto conoscere il mio editore Mario Vallone. Fino all’undici agosto 2026 è stato per me che non lo conoscevo se non per mail e, talvolta, per telefono, il dottor Vallone. Oggi è Mario, un amico caro che, da sempre, mi ha letto dentro, mi ha conosciuto attraverso le composizioni e mi ha sempre stimato, come fin dall’inizio, io l’ho stimato per la competenza, la puntualità e la premura. Lo stimo ancora di più ma, oggi, gli voglio bene. Tanto!
Dopo aver messo sulla carta tanti ricordi, dolori, amori e riflessioni, sente di essere cambiato rispetto all’uomo che ha iniziato a scrivere queste poesie?
Sì. Sono cambiato, e non di poco. Ogni poesia era un sasso che mi mettevo in tasca. Pensavo che scrivendo sarei diventato più pesante, più triste. Come si dice in calabrese, “mi faceva u core pesante” . Invece, mettendole su carta, e ora vedendole tutte insieme, è successo il contrario. Ho capito che non sono più l’uomo che ha sofferto. Sono l’uomo che ha raccontato la sofferenza. E non è la stessa cosa. L’uomo che soffre sta zitto. L’uomo che racconta vuole comunicare al mondo quello che sente. Raccontando mio padre, non l’ho perso una seconda volta. L’ho ritrovato. Raccontando l’amore per la mia terra, non l’ho consumato . L’ho rinnovato. Sono cambiato perché oggi non ho più bisogno di tenere tutto dentro! Prima ero un archivio chiuso. Ora una piazza aperta. Se devo dirle la verità, oggi, alla mia età, mi sento più leggero dell’uomo che ha scritto il primo verso. Quello aveva il dolore. Io ho il libro.
Settembre 2026
Antonio Mungo
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MarioVallone




