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Tropea e la rupe fragile

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Il prof. Saverio Di Bella

Tropea E LA RUPE FRAGILE

 

La  bellezza è delicata e tenerea fragile e indifesa. Tutti sono in grado di sfregiarla, di offenderla di distruggerla.

Si conosce il miracolo seducente di una rosa e si sa che i suoi petali profumati possono essere sciupati in un attimo, in un minuto;  che il fiore intero può essere strappato dalla pianta in un fiato: zac, un coltello, una forbice ed è iniziata l’agonia della rosa.

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Tropea è bellissima. Vista dal mare si staglia e si slancia verso il cielo facendo un corpo unico con la rupe.

I suoi palazzi ancorati attraverso le fondamenta con la terra e la rupe ne hanno i colori e consentono di vedere i segni dell’innesto umano sulla natura.

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Certo oggi e da alcuni decenni si vedono archi di  cemento partire dalla terra, dalle strade che separano la sabbia del mare dalla rupe e che fanno da lungomare a protezione della rupe.

L’intervento dell’uomo ha modificato in peggio la bellezza  della rupe, per come la natura l’aveva  plasmata nel corso dei millenni.

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Un intervento reso necessario o giustificato da crolli di blocchi staccatisi dalla rupe negli anni scorsi.

Perché la rupe non è fatta di roccia come qualcuno crede o finge di credere ancora, è una collina di tufo sulla cui sommità  sorge Tropea.

È questa culla di tufo della perla del Tirreno; questo letto di sposa per i suoi palazzi arnati di portali la cui bellezza è segnata dal tempo ma è ancora percepibile, è scavato nel tufo.

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Il tufo è una spugna per l’acqua piovana: l’esubero lo rigetta. Quando non può estrometterla dalle proprie viscere la conserva. Finchè l’acqua trova le vie  per fuoriuscire e quando ciò avviene con la forza della natura, l’acqua si trascina dietro pezzi di tufo, blocchi a geometria variabile della presunta roccia.

L’acqua cioè minaccia di sgretolare la base dei palazzi della città; di farli precipitare verso il mare.

Che fare?

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La città medievale aveva una rete di cunicoli e fossi scavati nel tufo che consentivano alle acque piovane di defluire verso il mare.

La rupe respirava, restava asciutta, non conservava acqua nemica nel seno.

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Non solo, tra i Palazzi vi erano piccoli spazi  di separazione.

E Tropea per secoli ha guardato dall’alto con amore e con orgoglio il suo mare e venerata la Madonna nera che da quel mare veniva.

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Poi è venuto il secondo dopoguerra e la speculazione edilizia. Lo spazio urbano è cresciuto enormemente  ed è cresciuto l’asfalto. L’acqua non veniva più né assorbita dalla terra, né canalizzata.

Diventava una minaccia potenziale.

Ma non basta. Alcuni campioni d’idiozia hanno pensato bene di riempire dei terreni di risulta delle nuove costruzioni e delle ristrutturazioni le reti sotterranee dei cunicoli di scolo della acque.

Non hanno costruito un canale di raccolta delle acque che piombano sul territorio urbano dalle colline che sovrastano la città. E  sono iniziati i crolli e il ricorso al cemento in difesa della rupe.

Palliativi. Si guadagna tempo. Ma se il tempo si sciupa e non si va al cuore del problema, alla distanza tutto sarà stato inutile.

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C’è un solo rimedio, come insegnano altre città italiane analoghe per la base su cui sorgono, come Todi, Orvieto ecc…

Il rimedio è ripristinare la rete di vecchi cunicoli o di costruirne una nuova, nella città. E di costruire un canale di raccolta delle acque che garantisca raccolta e deflusso delle acque esterne alla cinta urbana.

Non va poi tollerata più costruzione alcuna.

La cementificazione ha già mangiato i due terzi della superficie del Comune di Tropea ed ha divorato anche parte delle sue spiagge. Basta.

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Qualcuno dice che queste scelte penalizzerebbero economicamente la città.

Una scemenza. È la perdita di bellezza, la distruzione del lungomare di sabbie bianche, l’inquinamento delle acque, la carenza di verde che penalizza la città.

Le città sono come le donne la bellezza le fa seducenti e spinge a corteggiarle; la bruttezza produce effetti opposti.

Con la sottolineatura che la bruttezza femminile può accompagnarsi all’intelligenza e rendere comunque seducente la donna.

Per le città e gli ambienti non c’è rimedio.

 Saverio di Bella

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