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Le radici e l’orgoglio: una storia simbolo

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Pasquale Vallone

LE RADICI E L’ORGOGLIO

Ogni nome una croce piantata nel cimitero della memoria.

Ogni croce un ramo familiare o un’intera famiglia fuggita dalla fame e dalle guerre per cercare pane e pace nella lontana Argentina, la Patria dei sogni per tanta gente del mio Comune.

Portandosi dietro i Santi medici Cosma e Damiano e la volontà di mantenere identità e legami col paese natio: Brattirò.

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Più di ottocento emigranti soltanto a Buenos Aires dopo l’Unità.

L’Argentina è diventata così una seconda Patria per tanti e anche diversi argentini hanno trovato una seconda Patria a Brattirò.

A ricercare e raccontare queste storie di emigrazione brattironese in Argentina è il medico Pasquale Vallone: Pascali i Saveria.

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Pascali i Saveria aveva tre anni e mezzo, allorché il padre partì per l’Argentina.

Si salutarono a S. Rocco, il bivio degli addii per chi partiva con chi restava.

Alla stazione di Tropea arrivavano con l’emigrante solo pochi amici per aiutarlo a trasportare i pochi bagagli.

Piantati sulle spalle o a dorso d’asino. Non c’erano altri mezzi.

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Pascali i Saveria aveva cervello acuto e volontà di ferro. Curiosità orientate in più direzioni. Alcuni Maestri ne intuirono le doti nella scuola elementare e convinsero la madre a dare una opportunità al figlio. Il padre dall’Argentina appoggiò la scelta e Pascali i Saveriasi laureò in Medicina.
E’ stato il primo laureato in Medicina del Comune di Drapia proveniente da una famiglia povera.
Non rivide mai più il padre, morto in Argentina prima del desiderato ritorno nella terra natia e presso la famiglia.

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La storia di Pascali i Saveria è una storia che merita di essere raccontata perché è una storia simbolo. Per più motivi. Ne sottolineo alcuni.

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 1) Il matronimico per identificarlo nel Paese e nel circondario.
Un segno preciso del passaggio e del riconoscimento alla madre della rappresentanza sociale della famiglia data l’assenza del padre. Una donna di ferro, tra tante altre donne di ferro, nella Calabria dissanguata dalla emigrazione maschile.
2) L’orgoglio delle radici, la rivendicazione dello studio permanente delle scienze mediche per servire gli ammalati al massimo livello e con umanità.
Orgoglio delle radici: Pascali i Saveria sapeva bene di sfidare un tabù sociale nello scegliere medicina. E lo fece. Fece questa scelta dirompente, che aprì la strada a tanti altri a Brattirò.
Sapeva che avrebbe dovuto studiare per conservare la borsa di studio, vinta con i voti della Maturità Classica.
E che avrebbe dovuto lavorare in campagna nei tempi che per altri erano di vacanza.
Con la certezza che solo così avrebbe potuto dimostrare di avere capito i sacrifici fatti per lui dal padre lontano e dai familiari vicini.

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Del resto aveva lavorato anche lui per dare una mano ai bisogni familiari e alla necessità di una famiglia radicata tra i campi. Lo aveva fatto sempre come studente delle elementari, medie,  superiori e lo avrebbe fatto anche da studente universitario e poi, come scelta di vita, anche da medico.
Pulire le stalle dal letame, mungere le mucche, etc..
A piedi scalzi da piccolo e da giovane. Ferendosi e curandosi secondo metodi tradizionali.
Pascali i Saveria rivendica questa storia e queste radici lontane. L’essere figlio della terra e del vento, del lavoro del padre emigrato, dell’olivella e del latte delle mucche, dello spirito di sacrificio della madre e della propria volontà, lo rende un modello ideale per la generazione che apre la strada agli studi nel dopoguerra.
Il tutto avendo come rifugio spirituale la musica. E’ nota la sua preziosa collezione di opere verdiane e il suo amore costante per il cigno di Busseto.

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3) Le origini popolari e la fatica  e il culto dei Santi medici Cosma e Damiano, lo spinsero poi a curare gli ammalati come medico anargiro (senza argento – gratis), e, soprattutto, a parlare con i sofferenti e la sofferenza.
Lo studio sempre aperto e Pascali i Saveria a ritornare nelle case, nei pagliai, nei tuguri degli ammalati vivendoli come uomini, donne, bambini in pena.
E parlando con loro nell’unica lingua che conoscevano il dialetto.

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 Si rese conto così dell’esistenza di un tesoro di lumi e di sapienza che rischiava il naufragio nell’oblio del tramonto di modelli di vita e di lavoro destinati  a morire.
E cominciò a raccogliere quelle preziose vestigia: migliaia di parole, proverbi, modi di dire, memorie di vita e di lavoro riempirono quaderni che poi sono diventati libri e vocabolari.
Un’Arca di Noè per un popolo aggredito da una modernizzazione selvaggia camuffata da una globalizzazione priva di alternative.

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Ultima benemerenza di Pascali i Saveria: ha salvato dalla pattumiera i Registri delle scuole elementari di Brattirò che iniziano ai primi del Novecento.
Una fonte preziosa per capire il passaggio da una società agrafa a una società alfabetizzata e che crea professionisti.

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Pascoli i Saveria è un ponte tra passato e futuro e quindi verso il futuro.

L’ho intervistato e l’intervista potrà essere vista e ascoltata da chi lo desidera.
Ma mi è sembrato doveroso esprimere queste considerazioni  che, così spero, riassumono in poche righe il senso di una storia che non può essere limitata al singolo in quanto rappresenta, idealmente, la vittoria dei nostri padri sull’emarginazione loro imposta a livello di accesso all’istruzione inclusa quella universitaria.
Le radici della Repubblica italiana affondano anche in questi bisogni vissuti con rabbia e volontà di riscatto: i figli laureati erano la risposta popolare a una secolare ingiustizia.
Il prezzo pagato, non bisogna dimenticarlo mai, è stato altissimo.
L’emigrazione con le sue lacrime, i suoi successi, i suoi lutti in ogni angolo di questo Mondo ne è la spia amara e dolente.
Le gambe sulle quali hanno camminato le speranze dei padri sono però quelle dei figli uniti gli uni e gli altri per rovesciare nella pattumiera della storia un mondo fatto di soprusi e di esclusioni.

Saverio Di Bella

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