{"id":58153,"date":"2026-10-12T17:29:20","date_gmt":"2026-10-12T15:29:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/?p=58153"},"modified":"2026-10-12T17:29:20","modified_gmt":"2026-10-12T15:29:20","slug":"intervista-al-prof-antonio-mungo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/intervista-al-prof-antonio-mungo\/","title":{"rendered":"Intervista al prof Antonio Mungo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-53258\" src=\"https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/antonio-Mungo-169x300.jpg\" alt=\"\" width=\"169\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/antonio-Mungo-169x300.jpg 169w, https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/antonio-Mungo-768x1365.jpg 768w, https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/antonio-Mungo-864x1536.jpg 864w, https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/antonio-Mungo-1152x2048.jpg 1152w, https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/antonio-Mungo-scaled.jpg 1440w\" sizes=\"auto, (max-width: 169px) 100vw, 169px\" \/>Ho intervistato il prof Antonio Mungo, persona estremamente colta e altgarbata: uno dei miei autori pi\u00f9 prolifici nonch\u00e9 caro amico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Abbiamo parlato anzitutto del suo ultimo libro &#8220;&#8230;tanti anni di solitudine&#8221; &#8211; recentemente pubblicato da me col marchio Mario Vallone Editore &#8211; e poi di tante altre cose.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Antonio, partiamo dal titolo del suo ultimo libro \u201c\u2026tanti anni di solitudine\u201d: potrebbe far pensare immediatamente a un libro triste. Lei invece scrive che la solitudine non \u00e8 necessariamente un vuoto, ma pu\u00f2 diventare uno \u201cspazio\u201d interiore. Cosa rappresenta realmente, per lei, la solitudine?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ha ragione, il titolo pu\u00f2 ingannare. E l\u2019ho voluto cos\u00ec, un po\u2019 provocatorio. Vede, io ho insegnato latino e greco per 43 anni. Ho trascorso quasi tutta la vita in mezzo ai ragazzi, al rumore delle classi, tra versioni e interrogazioni. La solitudine non l\u2019ho cercata, mi \u00e8 venuta incontro dopo. Quando la cattedra si \u00e8 svuotata, quando la casa \u00e8 rimasta silenziosa, all\u2019inizio la senti come un vuoto, \u00e8 vero. Un\u2019assenza. Poi capisci che non \u00e8 assenza, \u00e8 presenza. \u00c8 spazio. Gli amanti dei classici lo sanno. Orazio aveva il suo otium, non era il non far nulla, era il tempo fecondo per studiare se stesso. I monaci del deserto cercavano la solitudine non per fuggire il mondo, ma per ascoltarlo meglio. Per me oggi la solitudine \u00e8 questo: una stanza interiore che finalmente ho il tempo di mettere in ordine. Entri, chiudi la porta, e ritrovi tutti quelli che hai amato, tuo padre, i tuoi alunni, i versi che hai letto da ragazzo. Non sei solo, sei in compagnia di te stesso. E creda, \u00e8 la compagnia pi\u00f9 difficile, ma anche la pi\u00f9 sincera, che ci sia. Non \u00e8 tristezza. \u00c8 ascolto.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Quando ha capito che quelle poesie potevano diventare un libro? Nella premessa racconta di aver esitato a lungo prima di pubblicarle. Che cosa l&#8217;ha frenata?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le ho tenute nel cassetto per molto tempo. Vede, una cosa \u00e8 scrivere per s\u00e9, un\u2019altra \u00e8 dare alle stampe. Quando scrivi per te, puoi permetterti di essere debole, di piangere, di dire che hai paura di invecchiare. Quando pubblichi, quella debolezza diventa pubblica. E io, da insegnante, ero abituato a essere quello forte, quello che corregge, che emette giudizi. Cosa mi ha frenato? Il pudore. Noi meridionali, della mia generazione, non siamo stati educati a parlare di noi. E poi il timore di disturbare. Mi dicevo: a chi interessa il mio dolore, che valenza hanno i miei ricordi, le mie notti insonni? Il mondo \u00e8 pieno di poesie. Poi \u00e8 successo che un mio ex alunno, che ora insegna nei Licei, ha letto alcune di queste carte a casa mia. Mi ha detto: \u201cProfessore, queste non sono solo sue. Io ci ritrovo mio nonno, la mia vita, la mia solitudine\u201d. Allora ho capito. Che forse la poesia, quando \u00e8 sincera, smette di essere privata e diventa di tutti. Non ho deciso di fare un libro. Ho deciso di non tenere pi\u00f9 chiusa quella porta.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Definisce la poesia anche una forma di memoria. Quanto \u00e8 stato importante scrivere per conservare persone, luoghi, emozioni e momenti che il tempo avrebbe inevitabilmente cancellato?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">La poesia \u00e8 memoria, s\u00ec, ma non \u00e8 l\u2019archivio. L\u2019archivio conserva, la poesia resuscita. Vede, io ho perso mio padre che ero giovane. Se mi affido solo alla memoria della mente, cosa mi resta? Una fotografia sbiadita, una data. La memoria biologica cancella, \u00e8 crudele. Sceglie cosa tenere e butta il resto. Quando scrivo un verso su di lui, io non sto conservando. Lo sto richiamando. Lo sto facendo tornare nella casa di via Orologio a Lattarico. I greci lo sapevano bene. Mnemosyne \u00e8 madre delle Muse. Senza memoria non c\u2019\u00e8 poesia, non c\u2019\u00e8 canto, non c\u2019\u00e8 nulla. Ma non \u00e8 una memoria notarile. \u00c8 una memoria affettiva. Per me scrivere \u00e8 stato questo. Ho capito che i ragazzi del Telesio che ho avuto non sono pi\u00f9 ragazzi, hanno i capelli bianchi. Che la mia casa non ha pi\u00f9 le voci di prima. Se non scrivevo, tutto questo lo portava via il vento. Come polvere sulla strada. Scrivendo, li ho fermati. Non per sempre, perch\u00e9 nulla \u00e8 per sempre. Ma per il tempo di un verso. E in quel tempo, chi legge: un suo vicino di Brattir\u00f2, di Santa Domenica di <a href=\"https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress?s=Ricadi\">Ricadi<\/a>, un mio ex alunno, pu\u00f2 dire: \u201cQuesto luogo l\u2019ho visto anch\u2019io. Questa emozione l\u2019ho provata anch\u2019io\u201d. Allora quella persona, quel luogo, non \u00e8 pi\u00f9 solo mio. \u00c8 nostro. E il tempo fa pi\u00f9 fatica a cancellarlo.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Il libro \u00e8 attraversato da una forte componente autobiografica. Quanto \u00e8 difficile trasformare esperienze intime e dolorose in qualcosa da condividere con i lettori?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 la cosa pi\u00f9 difficile. Perch\u00e9, finch\u00e9 il dolore resta dentro di te, \u00e8 tuo. Lo governi tu. Puoi tenerlo nel cassetto, puoi aprirlo e chiuderlo quando vuoi. \u00c8 una ferita chiusa. Quando lo metti in un verso e lo dai agli altri, quella ferita si riapre. Diventa di tutti. E tutti possono giudicarla, toccarla, anche fraintenderla. Io ho scritto di mio padre che se n\u2019\u00e8 andato troppo presto. Per cinquant\u2019anni \u00e8 stato un dolore privato, una cosa mia! Metterlo in un libro, ha significato dire: guardate, questo professore di latino e greco che sembrava cos\u00ec forte, ha ancora bisogno di parlare di piccole ma pur grandi cose. Si prova vergogna, all\u2019inizio. Noi del Sud, della mia generazione, non siamo stati abituati a raccontarci. Poi ho capito: il dolore intimo, se lo dici con sincerit\u00e0, senza compiacimento, smette di essere solo tuo. Io ho scritto della mia infanzia strozzata a Lattarico. E un tale un giorno mi ha scritto: \u201cProfessore, \u00e8 anche la mia infanzia\u201d. E allora non \u00e8 pi\u00f9 esibizione! Trasformare il dolore in parola condivisa fa male, s\u00ec. Ma \u00e8 l\u2019unico modo che ho trovato perch\u00e9 quel dolore non sia stato inutile.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Ci sono poesie particolarmente intense dedicate alla perdita e al vuoto. Scrivere di un dolore serve a superarlo oppure, al contrario, significa continuare a mantenerlo vivo?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una domanda simile me la sono fatta per molti anni, ogni volta che prendevo la penna. La risposta che ho dato nel libro, e che do a me stesso ora \u00e8: entrambe le cose. Ed \u00e8 giusto cos\u00ec. All\u2019inizio credevo che scrivere servisse a superare. Come quando\u00a0 dicevo ai ragazzi: \u201cRagazzi, mettete il dolore in una vostra composizione, cos\u00ec lo esorcizzate\u201d. Ci credevo davvero. Poi la vita ti riserva bocconi amari. Tanti! E io ho scritto. Ho scritto per anni. E il dolore non passava. Anzi, ogni poesia me lo rimetteva davanti, vivo, fresco, come il primo giorno. Allora mi sono detto: sto sbagliando tutto, sto solo tenendo aperta la ferita. Come chi si toglie sempre la crosta. Ho capito solo alla fine, che la domanda \u00e8 sbagliata. Scrivere non serve a superare il dolore. E non serve nemmeno a mantenerlo vivo. Scrivere serve a cambiare posto al dolore. Finch\u00e9 non scrivi, il dolore sta dentro di te, nel petto, ti occupa tutto. Sei tu dentro al dolore. Quando lo scrivi, sei tu che metti il dolore fuori, su un foglio. Lo guardi. Gli dai un nome, un verso, una rima. Non \u00e8 pi\u00f9 un padrone. Diventa un oggetto che puoi tenere in mano. Fa ancora male, ma non ti soffoca pi\u00f9. La perdita delle persone a me care, il vuoto di certe notti, il ricordo costante di Lia, non li ho superati. Sarebbe una bugia dirlo. Ma, oggi, quel vuoto non \u00e8 pi\u00f9 un buco nero dentro di me. \u00c8 una pagina. La posso aprire, la posso chiudere. La posso far leggere a un altro, che magari ci piange sopra e mi dice: \u201cProvo dolore, anche io\u201d. Allora il dolore non \u00e8 superato, ma non \u00e8 pi\u00f9 inutile. \u00c8 diventato ponte. Non scriviamo per dimenticare. Scriviamo perch\u00e9 il dolore, se resta muto, ci uccide. Se trova una parola, ci accompagna.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Nel libro ritorna continuamente il tema del padre. Che ruolo ha avuto la figura paterna nella sua formazione umana e nella sua sensibilit\u00e0 poetica?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mio padre \u00e8 stato tutto! E\u2019 morto che io ero un ragazzo e non ho avuto il tempo di confrontarmi, come fanno i figli da grandi. L\u2019ho avuto solo nel tempo dell\u2019ammirazione totale, quella che si ha per il padre. Che ruolo ha avuto? Mi ha insegnato tre cose senza parlare, perch\u00e9 lui parlava poco. Primo, il lavoro. Si alzava prima del sole, per andare, col pullman, in ufficio. Rientrava sempre dopo le 15:00. Non si lamentava mai. E io ho portato questa idea a scuola: il latino, il greco, si studiano come fa una persona che lavora. Un segmento al giorno. Senza scorciatoie. Secondo, la dignit\u00e0 del silenzio. Quando stava zitto, il suo silenzio pesava. Non era vuoto, era pieno. Ho capito da grande che molte delle mie poesie nascono proprio da l\u00ec: dal tentativo di dare parola a quel silenzio. Terzo, l\u2019assenza. Questo \u00e8 il pi\u00f9 importante per la poesia. Perdere un padre\u00a0 vuol dire che per tutta la vita cerchi padri. Li ho cercati nei libri: Sofocle \u00e8 stato un padre, Orazio \u00e8 stato un padre. Li ho cercati nei miei professori al liceo. E poi, forse senza volerlo, ho cercato di esserlo io, per anni al Telesio, per i miei alunni. Ogni volta che entravo in classe, in fondo, stavo ancora cercando di rispondere a quella domanda che non ho potuto fare a mio padre: \u201cSono stato bravo? Sei fiero di me?\u201d Ecco, le mie poesie sono tutte lettere a un padre che non ha fatto in tempo a leggere la mia bella grafia.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>La cultura classica \u00e8 molto presente nel libro. Quanto hanno influito il greco, il latino e la cultura dell\u2019antichit\u00e0 sul suo modo di guardare la vita e di scrivere?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono tutto, l\u00ec dentro. Io non ho avuto due vite, una di professore e una di uomo. Ho avuto una sola vita in greco e in latino. Quando a 22 anni sono entrato al Telesio per la prima volta come supplente, pensavo di andare a insegnare una materia. Dopo 43 anni ho capito che quella materia mi ha insegnato a vivere. Le tre cose che i classici mi hanno lasciato, sono: La misura. Orazio mi ha insegnato l\u2019aurea mediocritas. Non \u00e8 mediocrit\u00e0, come credono i giovani oggi. \u00c8 misura. \u00c8 stare al centro della tempesta senza farsi portare via. Quando mio padre \u00e8 morto, quando la mia vita si \u00e8 fatta dura, io non avevo uno psicologo. Avevo Seneca. E Seneca mi diceva: \u201cNon \u00e8 perch\u00e9 le cose sono difficili che non osiamo, \u00e8 perch\u00e9 non osiamo che sono difficili\u201d. La poesia, per me, \u00e8 misura del dolore.\u00a0 La parola che pesa. In greco e in latino una parola non \u00e8 mai solo una parola. Logos vuol dire parola, ma vuol dire anche pensiero, ragione, senso. Noi oggi usiamo mille parole per non dire niente. I classici mi hanno insegnato a usarne dieci, ma che pesino come pietre. Se una parola \u00e8 inutile, va tolta. Come si toglie l\u2019erbaccia. L\u2019idea che nulla muore davvero. Questa \u00e8 la cosa pi\u00f9 bella. Virgilio, quando racconta l\u2019aldil\u00e0 nel VI libro dell\u2019Eneide, dice che le anime bevono al fiume Lete, per dimenticare, ma i poeti non bevono. I poeti ricordano. Io ho perso tante persone. Se guardo con gli occhi di oggi, sono morte e basta. Se guardo con gli occhi di un classicista, sono nel mio Elisio privato. Sono qui. Mio padre \u00e8 qui, dietro le mie spalle, mentre gli parlo.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Lei \u00e8 stato docente di Greco e Latino. Nel libro compare anche la poesia \u201cLa cattedra vuota\u201d, nella quale emerge un forte legame con i suoi alunni. Quanto della sua esperienza di insegnante \u00e8 entrato nella scrittura?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si comprende facilmente, leggendo le mie liriche e, questa in particolare, quale sia stato il mio rapporto con gli alunni: profondamente educativo, affettivo e insieme autorevole. Il rigore non appare come durezza o distanza, ma come una forma di responsabilit\u00e0 o persino di amore, amore severo: il docente sente di avere davanti a s\u00e9 persone da accompagnare verso la maturit\u00e0. Il punto pi\u00f9 significativo \u00e8 forse l\u2019immagine iniziale: \u201cogni alunno \u00e8 come un figlio da formare\u201d. Il rapporto docente-allievo supera la semplice trasmissione del sapere. Questi viene accolto come una persona da conoscere, comprendere ed aiutare a crescere. C\u2019\u00e8 una straordinaria attenzione alla dimensione interiore dei ragazzi. Gli occhi sono come \u201cun libro aperto\u201d: il professore sa leggere il bisogno di certezze, la riservatezza, e soprattutto, la necessit\u00e0 di sentirsi amati. Ogni docente deve saper cogliere la fragilit\u00e0, i timori e i desideri che sono nell\u2019intimo del ragazzo ma per farlo ci vuole amore severo. Solo in tal modo potr\u00e0 accompagnare il giovane e formarlo. Contemporaneamente, il docente avr\u00e0 preparato una persona capace di affrontare i problemi quotidiani che la vita impone al cittadino. E poi quando la cattedra \u00e8 ormai lontana un docente sa che il rapporto non termina con la fine della scuola: \u201cogni nome resta inciso sulla lavagna che \u00e8 posta dentro al cuore\u201d. Da questo verso traspare l\u2019immagine di un professore severo ma non severo per autorit\u00e0, lo \u00e8 perch\u00e9 vuole formare, perch\u00e9 sente la responsabilit\u00e0 della crescita dei suoi ragazzi. E soprattutto, \u00e8 importante sottolineare che chi insegna offre un punto di appoggio agli alunni ma quasi per magia questi riescono a formare anche chi d\u00e0 loro insegnamento: lasciano nella sua memoria, infatti, una traccia che il tempo non riuscir\u00e0 mai a cancellare.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Nel libro il tempo \u00e8 quasi un personaggio. Il tempo porta via persone, luoghi e ricordi, ma allo stesso tempo sembra restituire consapevolezza. Che rapporto ha oggi con il tempo che passa?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il tempo \u00e8 il vero protagonista del libro, ha ragione. Pi\u00f9 di me. Per tutta la vita l\u2019ho combattuto. Da giovane volevo che passasse in fretta, per diventare professore, per realizzarmi, per avere una cattedra. Da uomo maturo volevo fermarlo, perch\u00e9 la vita scorresse pi\u00f9 piano, perch\u00e9 i miei affetti restassero. Ora, alla mia non pi\u00f9 tenera et\u00e0, ho fatto pace. Non lo combatto pi\u00f9. Lo ascolto. Il tempo fa due mestieri: d\u2019estate miete: porta via. Mi ha portato via mio padre, mi ha portato via i miei compagni di scuola, mi ha portato via la Cosenza dei vicoli dove da ragazzo andavo a comprare i libri usati, che ora \u00e8 tutta un\u2019altra cosa. Porta via le persone, i luoghi, come dice lei. E questo fa male, \u00e8 inutile negarlo. Ma d\u2019inverno il contadino non miete, ara. Rivolta la terra. E il tempo fa lo stesso: mentre ti porta via le cose, ti restituisce il senso delle cose. A vent\u2019anni avevo tutto e non capivo niente. Avevo mio padre, avevo la Sila davanti casa e mi sembrava solo freddo. Oggi ho perso quasi tutto e, per la prima volta, comincio a capire qualcosa. Il tempo mi ha portato via la fretta. E questa \u00e8 la consapevolezza che dice lei. Quando si \u00e8 giovani si corre perch\u00e9 si ha paura di non arrivare. Quando si \u00e8 vecchi si cammina piano perch\u00e9 si \u00e8 capito che non c\u2019\u00e8 nessun posto dove arrivare, se non qui. In questo momento.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Se dovessi indicare una poesia del libro dalla quale partire per far conoscere Antonio Mungo ai lettori, quale sceglieresti e perch\u00e9?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le farei partire da \u201cDolci parole a te mai nato\u201d. So che si aspetta che dica quella su mio padre, o quella sulla Grecia. Ma se vuole conoscere, davvero, Antonio Mungo, deve partire da l\u00ec. Le poesie su mio padre sono il cuore. Sono sangue. Le ho scritte con le mani che tremavano, a Lattarico, pensando alla sua assenza. Sono vere, ma sono chiuse. Sono una ferita. Le poesie sull\u2019azzurrit\u00e0 della Grecia, su Itaca, su Napoli\u2026 sono l\u2019amore. Sono gli occhi del professore di greco. Itaca non \u00e8 mai stata per me un\u2019isola della Grecia, \u00e8 stata Cosenza. Ogni volta che tornavo a casa, dopo un viaggio, capivo Ulisse. Napoli \u00e8 la citt\u00e0 dove ho sognato da giovane di insegnare, prima del Telesio. Sono poesie di luce, ma sono sogni. \u201cDolci parole a te mai nato\u201d invece \u00e8 l\u2019unica che tiene insieme tutto. \u00c8 una poesia che ho scritto per un figlio che non ho avuto. Non un figlio di carne. Un figlio di parole. \u00c8 l\u2019unica poesia in cui non parlo n\u00e9 di mio padre morto, n\u00e9 dei miei alunni vivi, ma di un figlio che non \u00e8 mai nato, a cui avrei voluto lasciare tutto quello che mio padre non ha fatto in tempo a lasciare a me. Inizia cos\u00ec: In quei versi c\u2019\u00e8 Lattarico, perch\u00e9 gli racconto la terra di suo nonno. C\u2019\u00e8 la Grecia, perch\u00e9 gli racconto. C\u2019\u00e8 il Telesio, perch\u00e9 gli dico che non deve vergognarsi se sbaglia un congiuntivo. C\u2019\u00e8 Napoli, con le sue tante meraviglie. Sono un uomo che ha avuto tanto amore dentro e non sempre ha avuto a chi darlo, e allora l\u2019ha dato alla pagina. Parta da quella. Poi, se ha tempo, vada da mio padre. E alla fine, quando avr\u00e0 capito il dolore, vada in Grecia con me. L\u2019azzurrit\u00e0 la capir\u00e0 meglio dopo.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Dopo aver messo sulla carta tanti ricordi, dolori, amori e riflessioni, sente di essere cambiato rispetto all\u2019uomo che ha iniziato a scrivere queste poesie?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">S\u00ec. Sono cambiato. Sono diventato pi\u00f9 leggero. Ho cominciato a scrivere quando sentivo il bisogno di comunicare a qualcuno i tanti momenti tristi o dolci della mia vita. Invece di sentirmi appesantito dai ricordi sentivo dentro di me una gioia mai conosciuta, quindi \u00e8 successo il contrario. Da quel pessimismo che mi opprimeva ho trovato un&#8217;altra dimensione: una sera, ho riletto tutto il mucchio di fogli che avevo scritto. Saranno state trecento o pi\u00f9 poesie. Le ho lette tutte di fila, come fa un professore quando corregge i compiti. E alla fine mi sono detto: ma questo non \u00e8 pi\u00f9 solo dolore. Questo \u00e8 diventato un libro. Questo \u00e8 diventato un lavoro. Ho capito che non ero pi\u00f9 l\u2019uomo che aveva subito la vita, ero diventato l\u2019uomo che la raccontava. Prima, quando ricordavo, mi veniva da piangere. Ora, quando ricordo, mi viene da scrivere. \u00c8 diverso. Piangere ti svuota, scrivere ti riempie. Sono cambiato perch\u00e9 ho smesso di portare i miei morti sulle spalle. Li ho messi sulla pagina. Stanno l\u00ec, stanno buoni, non pesano pi\u00f9. Posso andarli a trovare quando voglio! Il professore di greco e latino\u00a0 che sono stato per 43 anni spiegava ai ragazzi che la catarsi di Aristotele non \u00e8 una cosa per il teatro. \u00c8 una cosa per la vita. Tu vivi una tragedia, poi la racconti, e raccontandola ti purifichi. Ecco, io mi sono purificato. Non sono pi\u00f9 felice, perch\u00e9 alla mia et\u00e0, la felicit\u00e0 \u00e8 una parola grossa. Ma sono in pace. E\u2019 gi\u00e0 molto. E poi, avere scritto libri, mi ha fatto conoscere il mio editore Mario Vallone. Fino all\u2019undici agosto 2026 \u00e8 stato per me che non lo conoscevo se non per mail e, talvolta, per telefono, il dottor Vallone. Oggi \u00e8 Mario, un amico caro che, da sempre, mi ha letto dentro, mi ha conosciuto attraverso le composizioni e mi ha sempre stimato, come fin dall\u2019inizio, io l\u2019ho stimato per la competenza, la puntualit\u00e0 e la premura. Lo stimo ancora di pi\u00f9 ma, oggi, gli voglio bene. Tanto!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Dopo aver messo sulla carta tanti ricordi, dolori, amori e riflessioni, sente di essere cambiato rispetto all\u2019uomo che ha iniziato a scrivere queste poesie?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S\u00ec. Sono cambiato, e non di poco. Ogni poesia era un sasso che mi mettevo in tasca. Pensavo che scrivendo sarei diventato pi\u00f9 pesante, pi\u00f9 triste. Come si dice in calabrese, \u201cmi faceva u core pesante\u201d . Invece, mettendole su carta, e ora vedendole tutte insieme, \u00e8 successo il contrario. Ho capito che non sono pi\u00f9 l\u2019uomo che ha sofferto. Sono l\u2019uomo che ha raccontato la sofferenza. E non \u00e8 la stessa cosa. L\u2019uomo che soffre sta zitto. L\u2019uomo che racconta vuole comunicare al mondo quello che sente. Raccontando mio padre, non l\u2019ho perso una seconda volta. L\u2019ho ritrovato. Raccontando l\u2019amore per la mia terra, non l\u2019ho consumato . L\u2019ho rinnovato. Sono cambiato perch\u00e9 oggi non ho pi\u00f9 bisogno di tenere tutto dentro! Prima ero un archivio chiuso. Ora una piazza aperta. Se devo dirle la verit\u00e0, oggi, alla mia et\u00e0, mi sento pi\u00f9 leggero dell\u2019uomo che ha scritto il primo verso. Quello aveva il dolore. Io ho il libro.<\/p>\n<p>Settembre 2026<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Antonio Mungo<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Maggiori informazioni sul libro al seguente link: <a href=\"https:\/\/www.mariovallone.it\/prodotto\/tanti-anni-di-solitudine-di-antonio-mungo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>vai alla scheda<\/strong>.<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per acquistare il volume avete diverse possibilit\u00e0.<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\">Coloro che risiedono nel circondario di <a href=\"https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress?s=Tropea\">Tropea<\/a>-Capo Vaticano possono recarsi presso la mia sede, a San Nicol\u00f2, in Via Vaisette (accanto bar Shaker).<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Coloro che vivono fuori, compresi residenti in area UE, possono adoperare il mio sito, completando l&#8217;ordine alla seguente pagina: <a href=\"https:\/\/www.mariovallone.it\/prodotto\/tanti-anni-di-solitudine-di-antonio-mungo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>vai alla scheda<\/strong>.<\/a><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Il libro, ovviamente, \u00e8 disponibile anche su una miriade di store online tra cui Amazon<a href=\"https:\/\/www.amazon.it\/dp\/B0HG3LYVTF\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">:<strong> Mungo\u00a0 su Amazon (cliccate sulla &#8220;dicitura &#8220;nuovo&#8221; nel box a destra della copertina)<\/strong><strong>.<\/strong><\/a><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Potete anche recarvi in una libreria nel territorio italiano e fornire titolo e nome autore o editore, oppure il seguente codice: 9791281652422. In quest&#8217;ultimo caso disponibilit\u00e0 e reperibilit\u00e0 dipende molto da fornitore delle singole librerie, ma se libraio \u00e8 esperto sa bene come fare per farvelo avere.<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>Altro metodo, riservato soprattutto a coloro che non hanno dimestichezza con acquisti online \u00e8 contattare direttamente il sottoscritto tramite email, telefono, whatsapp, messenger (nel banner in basso a destra vi sono tutti i miei contatti).<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: right;\">MarioVallone<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-58060\" src=\"https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/mungo-solitudine-214x300.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"701\" srcset=\"https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/mungo-solitudine-214x300.jpg 214w, https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/mungo-solitudine-768x1077.jpg 768w, https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/mungo-solitudine-1095x1536.jpg 1095w, https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/mungo-solitudine-1460x2048.jpg 1460w, https:\/\/www.vibonesiamo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/mungo-solitudine-scaled.jpg 1825w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho intervistato il prof Antonio Mungo, persona estremamente colta e altgarbata: uno dei miei autori pi\u00f9 prolifici nonch\u00e9 caro amico. 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