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Terzo libro Furchì-Vallone

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Ringrazio, di cuore, tutti coloro che sabato scorso hanno partecipato alla presentazione del libro “L’impronta sulla sabbia”, volume scritto da Michele Furchì, da me pubblicato col marchio Mario Vallone Editore (il terzo targato Furchì-Vallone nell’ultimo anno e mezzo).

Tantissimi i presenti: sala gremita.

Di altissimo spessore tutti gli interventi.

Un ringraziamento speciale all’Hotel La Bussola della famiglia Giuliano per averci ospitato.

Di seguito la relazione integrale di Alfonso Del Vecchio.

Un video della serata con intervista al sottoscritto ed all’autore lo trovate al seguente link: vai al post.

Se desiderate acquistare il libro visitate il sito: vai alla scheda.

Le foto sono di Maurizio Pantano.

Ad Maiora!

m.v.

Sarei tentato, all’inizio di questo mio breve intervento, di citare dei grandi della letteratura ma forse finirei per fare un torto a Michele, alla sua genuinità ed alla sua semplicità che sono la forza vera di questo suo lavoro, anche perché chiunque di noi leggendolo non può non appassionarsi e non può non trovare tutti i riferimenti importanti che vuole.

In questo lavoro con il richiamo continuo ed ossessionante di Michele al suo mare come non vedere Alvaro, nella bellissima figura di Agata come non ricordarsi di Verga con la sua Nedda. Se penso ad alcune espressioni dialettali siciliane che ogni tanto affiorano nel testo come non pensare a Camilleri.

“L’impronta sulla sabbia” è un giallo dai mille colori, e come tutti i romanzi gialli, è pervaso da un incombente presenza della morte.

Michele ci fa respirare in ogni rigo una realtà umana e sociale di un meridione, di un sud che vuole dare il passa voce anche alle classi più disagiate analizzando gli aspetti più concreti della vita.

La descrizione dei suoi personaggi e ce ne sono una infinità in questo suo scritto (Agata, Rosalia Cicciuzzu, Salvatore, Don Carlo, Don Pasquale, i Papparlo, Antonio Spinosa, il Maresciallo e tantissimi altri) non è mai banale, perché Michele ha verso di loro un approccio molto sentimentale, quasi fossero personaggi di famiglia, fino ad esporre i lati più intimi del loro pensiero.

C’è un personaggio che a mio parere è quello più caro a Michele, il bonario ed ostinato Maresciallo, intorno al quale l’autore costruisce un crescendo continuo fatto di ansia, di attesa nella spasmodica ricerca di scoprire l’assassino della dolce e bellissima Agata.

Molti dei personaggi raccontati da Michele evidenziano una umiltà, una sincerità, una timidezza che sfocia puntualmente nella rassegnazione.

Una storia, questa, che nasce dopo la fine di un periodo infame, la fine dell’ultima guerra con il suo carico di lutti ed atrocità, e che Michele saluta come un inno di liberazione, esaltando la sua fede politica: “Finalmente per le strade non si udivano più le stucchevoli e noiose canzonette: Giovinezza e Faccetta nera ed il nauseabondo Eia Eia Alalà”.

E qui Michele coniuga mirabilmente l’anelito alla libertà e la voglia di riscatto di un Sud, nello specifico le terre di Capo Vaticano, mettendo sullo sfondo della stessa ambientazione storica, una grande e tenerissima storia d’amore.

Una storia d’amore quella tra Agata e Salvatore segnata dalle distanze di un tempo che non concedeva gli approcci a cui l’attuale generazione è abituata.

Per cui ad un primo impatto il testo potrebbe apparire lontano dalla nostra contemporaneità, ma contiene invece valori molto attuali come l’uguaglianza, la solidarietà il rispetto, il sogno di una vita e di un mondo migliore.

Senza saperlo ed inconsciamente Michele ci spinge verso riflessioni di carattere morale ed il suo racconto oscilla sempre tra l’etico ed il civile.

Siamo in presenza di una storia delicata e struggente, culminata in un terribile atto di violenza, un femminicidio attorno al quale si compendia tutto: il paese, il mondo contadino, la pesca, gli animali, gli artigiani, la festa, il prete, il pane, il vino, ecc.

Alcune pagine Michele li dedica ad un reato tipico come quello dell’abigeato, che allora come di recente ha segnato col sangue la vita delle nostre campagne.

Siamo in presenza di un mondo e di personaggi che hanno contribuito mirabilmente alla sua formazione.

Un affresco di luoghi e persone sui quali l’autore si intrattiene con limpidezza descrittiva e con molta emozione fino a farceli sentire familiari, amici, tanto da voler condividere fino in fondo le loro vicissitudini.

Perché, in un certo senso questo è un lavoro che segna il passaggio, lo spartiacque da una società timida, rustica e ruvida, fatta di miseria ed isolamento, alla società di oggi in parte ricca ed opulenta, contaminata da un turismo multietnico.

E’ davvero un piacere seguire la minuziosa descrizione dei luoghi con le stesse e semplici odierne indicazioni toponomastiche, quasi Michele voglia ripristinare l’assetto di quei posti oggi completamente mutati con la forza pulsante dei suoi ricordi.

Di questi tempi scrivono tutti, pensate alle centinaia di poeti che albergano nei nostri paesi. Non c’è borgo che non abbia istituito un premio di poesia. Io sono uso pormi una semplicissima domanda sono scrittori artificiali o scrittori genuini. Gli artificiali sono quelli che ubbidiscono alla moda dei tempi e plagiano e scimmiottano, sono pochi i genuini come Michele che riescono leggendoli a strapparti tra una pagina e l’altra ora una lacrima e subito dopo un sorriso.

C’è nell’autore dell’ “Impronta sulla spiaggia” un’ansia di ricerca, presente anche negli altri suoi lavori che parte dalla realtà dei fatti.

In Una vendetta sbagliata: campoti e barraccoti, in Peppe Bonforte o Bomporti, ne Il garibaldino di Brattirò, in tutti questi lavori c’è sempre la storia di un vinto, con la sua umiltà, la timidezza, la rassegnazione, la bontà. E tutti con un unico filo conduttore, l’estrema difficoltà economica e voglia e senso di riscatto, con forti slanci di umanità.

L’Autore parte da episodi realmente accaduti e tramandati oralmente dalla tradizione e dal mondo degli anziani per costruirvi attorno una storia favolosa o meglio storie favolose che coinvolgono tutto il mondo in cui lui è vissuto: oggi S. Nicolò, ieri Brattirò, più lontano ancora Tropea e poi Santa Domenica. Ed in questo contesto emerge un personaggio dominante, la bellissima figura femminile di Agata, intorno alla quale ruota tutto un mondo.

Nella prefazione del testo di stasera Michele afferma: “Il racconto si dipana intrecciandosi in molti episodi realmente accaduti, che arricchiscono la narrazione, dando al lettore la sensazione di trovarsi immerso nel mezzo delle faccende”

Negli scritti di Michele campeggiano i luoghi natii e quelli della fanciullezza evocati  in maniera creativa, animati da figure all’apparenza insignificanti, protagonisti di episodi occasionali ed in un certo senso scontati, ma che lui ravviva con considerazioni originali, situazioni particolari, aneddoti, riaffermando il suo amore indiscusso per questa nostra terra.

I suoi scritti dialogano sempre con il passato ed in questa direzione diventano anche educativi.

“Sappiate che non c’è niente di più alto, di più forte, di più utile per la vita futura di qualche bel ricordo…un ricordo sacro, custodito…se un uomo può raccogliere tanti di questi ricordi, allora sarà salvo per tutta la vita…(Fedor Dostoevskij)

Sono stato tentato di non commentare questo libro, ma limitarmi a leggerne semplicemente alcuni passi significativi, non soltanto di esso ma di tutte le sue opere, perché nell’autore traspare una preparazione, un sapere, una cultura, appresi alla scuola della vita accompagnate ad una insaziabile sete di conoscenza.

Nei romanzi di Michele c’è una bellezza artistica che ci richiama ad un mondo naif.

Michele ricerca in continuazione luoghi ed accadimenti lontani facendoci rivivere sensazioni e commozioni sopite con descrizioni che hanno la forza della poesia:

“esteso giù fino alla costa che si affaccia sul bellissimo mare di Santa Maria, un incantevole villaggio di pescatori sito in mezzo a due promontori, estesi per oltre cinquecento metri, circondati da un mare azzurro e limpido, dove le minuscole pietre levigate dalle onde brillano sotto il bel sole di primavera, il verde ed il turchino si fondano, in uno spettacolare groviglio multicolore, creando spazi di incomparabile bellezza”.

Come ha potuto notare chi ha già letto il libro c’è in Michele una linea costante che si dispiega tra storia e memoria e che traccia un quadro di relazioni, di incontri, di sodalizi, di occasioni. C’è un filo conduttore nei racconti di Michele Furchì che coinvolge il lettore nell’esposizione degli avvenimenti, in una comunità semplice e laboriosa, tra estreme difficoltà economiche e senso di riscatto, con forti slanci di umanità

Michele Furchì racconta la nostra umanità, racconta soprattutto a noi adulti come eravamo e ci consente di ricordare una infanzia dimenticata, a quel sentiero scosceso e polveroso, cocente sotto il sole che portava alla chiesetta di Santa Maria e che io ho percorso più volte nella mia infanzia in occasione di un appuntamento sperato, cercato ed atteso come il Lunedì di Galilea.

In questo contesto gli scritti di Michele sono lontani da una memorialistica sic et simpliciter per trasformarsi invece nel romanzo della memoria.

L’opera di Michele nella sua semplicità è permeata di nobili sentimenti, spesso di arguzie e simpatiche trovate, di un umorismo intelligente che ci fanno riflettere sulla condizione umana.

Quando Michele parla della fatica del lavoro e di coloro che su queste terre hanno versato il loro sudore, oserei dire il sangue, si trasforma in un fiume in piena, non tralasciando qualche pertinente e verace stoccata alla classe dominante dell’epoca con un evidente e palese richiamo al suo impegno civile ed alla sua partecipazione al sociale.

A leggere le storie di Michele non mi sono mai annoiato, perché tra aneddoti e ricordi di tempi andati i fili della memoria si intrecciano, dando corso ad un dialogo di famiglia che ci coinvolge tutti e ci rende partecipi, e nello stesso tempo ci fa sentire fortunati per essere nati figli di questa terra.

Nei lavori di Michele c’è un filo conduttore sottile che tende a legare questo territorio ed al superamento di artificiose divisioni campanilistiche.

Ci sono dei passi nel testo che accennano ad un luogo comune che vuole la gran parte dei furti condotti nei secoli passati nelle campagne del circondario effettuati dalla delinquenza tropeana. Per cui Tropea è stata la duplice tirannia dei nobili che opprimevano e vessavano i contadini e dei delinquenti che li derubavano. E’ questa una tesi antistorica che sento raccontare spesso da amici pure attrezzati culturalmente e che a mio modesto avviso non riescono a comprendere ed a leggere storicamente e correttamente come ladri e contadini erano vittime della stessa classe dominante. Quelli che venivano a sfamarsi con lo zibibbo o la cipolla di Capo Vaticano erano le masse affamate che alloggiavano nei lugubri tuguri umidi e freddi d’inverno ed afosi d’estate, dove imperversava la tubercolosi e che di notte tentavano le sortite della sopravvivenza. In questo contesto le campagne del circondario di Tropea ed in particolare le terre di Capo Vaticano con i suoi contadini hanno svolto una altissima funzione sociale.

Sostiene Giuseppe Berto in un suo scritto ormai introvabile: “E’ meglio correre il rischio di odiarci a vicenda conoscendoci un poco, piuttosto che continuare a disprezzarci senza conoscerci affatto”.

Questo libro in buona sostanza è l’autobiografia di tutti noi, le strade che abbiamo percorso, le parche mangiate nei giorni di festa, l’infinito amore verso i nostri padri e le nostre madri, come ci insegna la vicenda della martire Agata, antica e moderna eroina di un mondo femminile ancora oggi soggetto a bieca violenza.

Bellissime alcune pagine finali del perdono invocato sul letto di morte dal cattivo  del romanzo, tale Papparlo. C’è un pizzico di  Fra Cristoforo in Don Carlo, c’è molto Don Rodrigo in Papparlo e c’è tanto manzoniano perdono in questa storia che ci richiama al nostro eterno destino di uomini ed al significato autentico della nostra esistenza, del nostro essere comunità che nel suo piccolo si fa storia.

Alfonfo Del Vecchio

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